Con la nuova uscita firmata Orangle Records, la cantautrice dosa la potenza vocale lasciando spazio ai sentimenti più autentici


A circa quattro settimane di distanza da “Luna Park”, il brano che ne aveva segnato il ritorno solista con vibrazioni rock incentrate sul desiderio di concedersi un’ultima corsa prima del capolinea, Laura Bono spiazza nuovamente fan e critica cambiando rotta. La nuova produzione firmata Orangle Records, intitolata “Peccato”, predilige la veste di una ballad intima e riflessiva. Con la conclusione della corsa, la consapevolezza prende il posto dell’adrenalina: il sentimento c’è stato e forse batte ancora da qualche parte, ma non basta più a tenere unite due strade oramai divise («Se a noi fosse bastato l’amore»).
L’origine del termine e la nuova cifra vocale
Il punto di partenza del singolo risiede in una sottile intuizione sul significato delle parole. Il termine “peccato”, storicamente legato alla radice latina peccatum e alla sfera della trasgressione e del debito da scontare, scivola qui verso il suo impiego quotidiano e malinconico: il sospiro che accompagna un’occasione perduta o una promessa disattesa dalla vita. Nel racconto della cantautrice lombarda non figurano tradimenti eclatanti, accuse reciproche o colpevoli da mettere in croce, bensì il dispiacere limpido per una vicenda che avrebbe meritato un finale diverso. La stessa Laura Bono lo sintetizza nei versi: «È il riassunto di noi, di una storia d’amore, io non trovo parola migliore che peccato». Senza aule di tribunale né sentenze, resta la fotografia di ciò che due persone non sono state capaci di costruire insieme nonostante i tentativi.
Dopo oltre vent’anni di carriera artistica, vissuti sempre con una cifra schietta, ruvida e controcorrente, Laura Bono mette in luce un’inedita sfumatura del proprio talento vocale. L’esuberanza e la potenza d’impatto storiche cedono il passo a una prova di grande controllo e sottrazione. Nel brano la cantautrice dosa l’intensità, lavora sui respiri e sui passaggi trattenuti, dimostrando che la forza interpretativa risiede nella delicatezza e in ciò che rimane sospeso tra le note, prima di aprirsi nelle sezioni più emotive e corali.
I frammenti del quotidiano e la consapevolezza dell’addio
La fine di un legame si consuma nei piccoli dettagli di ogni giorno. Nel testo, i due amanti si mostrano prima «coi pugni chiusi in tasca, schiena contro schiena», per poi scoprirsi vicini nello spazio ma distanti nell’anima («a un passo distante da noi, un’eternità»). Riemergono così le tracce concrete del passato, come un’automobile qualsiasi che diventa un simbolo: «Ora che non mi disturba più una Panda parcheggiata, tu l’hai ricomprata». Nonostante il dolore di chi ammette di aver dovuto «raccoglierci ogni pezzo da terra», il pezzo non scade mai nel rancore, ma raggiunge vette di sincera tenerezza: «Se mai sopravvivessi alla guerra, io ti risceglierei», a conferma che la fine di una storia non cancella la bellezza di averla vissuta.
A riassumere l’anima della traccia è la stessa Laura Bono: «“Peccato” è quella parola che dici quando forse non c’è più niente da aggiungere. Quando un amore è finito, ma continua a vivere nei dettagli, nei luoghi, nelle cose lasciate a metà. È il sapore dolceamaro di ciò che poteva essere e non è stato, raccontato senza rabbia, con la consapevolezza che certe persone se ne vanno, ma qualcosa di loro resta sempre con noi. E allora… peccato.». Con questo nuovo tassello, affiancato specularmente a “Luna Park” per esplorare la fase conclusiva della medesima parabola emotiva, l’artista ribadisce la propria maturità autoriale, capace di guardare in faccia le ferite, custodire il buono del passato e racchiudere il saluto finale in una sola, universale parola.
