L’approccio olistico di Francesco Murano trasforma l’illuminazione museale in uno strumento indispensabile di tutela conservativa e valorizzazione artistica

Quando un percorso espositivo è progettato alla perfezione, l’impianto illuminotecnico tende a scomparire agli occhi del pubblico. Proprio su questo sottile confine tra rigore tecnico e totale invisibilità si sviluppa l’intervento di Francesco Murano, architetto e light designer autore del progetto luci per la mostra “Matisse. Il mondo in una stanza”, allestita presso il MUDEC – Museo delle Culture di Milano dall’8 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027. L’evento, prodotto da 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE e curato da Ellen McBreen e Chiara Gatti, raccoglie circa cento pezzi, tra cui dipinti, opere su carta, sculture, manufatti tessili, reperti e scatti d’archivio. Questa grande varietà di elementi ha richiesto un confronto rigoroso con i parametri di tutela museale.

Per far fronte a una selezione di opere così eterogenea, il progettista ha avviato una vera e propria analisi preliminare. Come spiega lo stesso Francesco Murano: «La prima fase è stata quasi “diagnostica”: ogni opera è stata analizzata come un corpo autonomo, con la sua sensibilità alla luce, la sua storia conservativa, la sua reazione ai livelli di illuminamento». Ha poi ricordato come carta, pigmenti, fotografie, tessuti antichi e superfici metalliche richiedano livelli differenti di esposizione: «Carta, pigmenti, fotografie, tessuti antichi e superfici metalliche non tollerano la stessa quantità di luce». L’obiettivo principale è stato garantire una visione fluida ed equilibrata: «Abbiamo costruito un clima luminoso, più che una somma di illuminamenti. La continuità visiva nasce non dall’uniformità, ma da un’armonia di micro-differenze controllate».

Matisse MUDEC Francesco Murano ph press
Matisse MUDEC Francesco Murano ph press

Gestione cromatica e coerenza espositiva

In un itinerario dedicato all’opera di Henri Matisse, il confronto con le tonalità cromatiche risulta determinante. Onde evitare alterazioni della percezione pittorica, Francesco Murano ha stabilito una temperatura di colore costante, affiancata da un elevatissimo indice di resa cromatica e da un controllo rigoroso dell’intensità dei flussi. Il designer evidenzia: «Il colore, per Matisse, è una materia viva. Non è decorazione, è struttura. Per questo la luce deve essere precisa ma discreta». L’approccio rifiuta qualsiasi spettacolarizzazione artificiale, puntando unicamente alla massima fedeltà visiva: «Non volevamo che la luce “spingesse” i colori. L’obiettivo era far sì che il visitatore percepisse la qualità del colore, non la presenza della luce».

All’interno delle sale del MUDEC, dove si intrecciano influssi culturali e geografici differenti, il disegno di illuminazione adotta una grande essenzialità, evitando scenografie ridondanti o nette divisioni spaziali. Secondo Francesco Murano, «Le differenze emergono dalle opere, non dalla luce. Abbiamo scelto un linguaggio unitario, perché la mostra racconta proprio la capacità di Matisse di far convivere mondi lontani all’interno di un’unica visione». Le uniche variazioni introdotte riguardano l’orientamento geometrico dei fasci e la densità spaziale della luce, senza mai ricorrere ad artifici scenici.

Tutela dei supporti sensibili e invisibilità della luce

Il compito più delicato ha riguardato la salvaguardia dei manufatti in tessuto e delle carte d’epoca, esposti al rischio di degrado fotochimico. Per scongiurare una drastica interruzione della luminosità tra un ambiente e l’altro, si è lavorato sulla calibrazione complessiva delle luminanze ambientali. Come ribadisce il progettista, «Piccole quantità di luce diffusa, calibrate con precisione, permettono di mantenere continuità percettiva senza superare i limiti conservativi».

Il risultato finale è completato da soluzioni tecniche pensate per rimanere impercettibili all’osservatore, quali l’eliminazione di abbagliamenti, doppi contorni, riflessioni parassite e micro-ombre. Francesco Murano conclude sottolineando la filosofia del progetto: «Ogni apparecchio è stato orientato per evitare interferenze visive», aggiungendo che «Il visitatore non lo noterà mai, e questo è il segno che il progetto funziona: quando la luce è davvero ben progettata, non si vede, ma cambia tutto».

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