Intesa si prende MPS. Il Governo si dichiara neutrale, ma le consegna una delle chiavi del debito pubblico

Intesa si prende MPS, il Governo si dichiara neutrale ph press

Chi governerà il risparmio degli italiani? L’OPAS da 30,6 miliardi può dividere Monte dei Paschi di Siena, portare Mediobanca e Generali nel raggio d’azione di Intesa Sanpaolo e rafforzare ancora il polo Unipol-BPER. LaSintesi.online apre un’inchiesta in dieci articoli sul potere finanziario che può nascere dall’operazione e sulle responsabilità di chi dovrebbe controllarlo

L’8 giugno 2026 Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio sulla totalità delle azioni di Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS). Sul tavolo ci sono 30,6 miliardi di euro e la promessa di un campione europeo con oltre 27 milioni di clienti, quasi 2.000 miliardi di attività finanziarie della clientela entro il 2029 e 2,9 miliardi di sinergie annuali a regime. Sono numeri costruiti per impressionare il mercato. Ma il mercato vede il prezzo. Il Paese dovrebbe guardare il potere che nasce dall’operazione.

Perché Intesa Sanpaolo non si limiterebbe ad acquistare MPS: la dividerebbe. Tratterrebbe Mediobanca, circa 625 filiali e gli attivi considerati strategici. Un’altra banca, con il marchio Monte dei Paschi di Siena, circa 635 filiali, raccolta, crediti, clientela e strutture centrali, passerebbe a Unipol per essere successivamente integrata in BPER. La banca più antica del mondo non verrebbe soltanto incorporata. Verrebbe separata in due perimetri, con clienti, lavoratori, funzioni direzionali e centri decisionali destinati a gruppi diversi.

LaSintesi.online ritiene che l’autonomia di Monte dei Paschi di Siena sia una garanzia di pluralità bancaria, non un privilegio da conservare per nostalgia. In un Paese nel quale imprese, famiglie e territori dipendono ancora dal credito, un concorrente autonomo significa più possibilità di scelta, più contrappesi e meno potere concentrato in pochi centri. Prima di smontare una banca risanata con denaro pubblico, spetta a chi propone l’operazione e al Governo dimostrare che non esista una soluzione capace di conservarne valore, occupazione e radicamento.

Il primo nodo porta a Mediobanca. Con la banca d’affari entrerebbe nel perimetro di Intesa Sanpaolo anche il 13,32 per cento detenuto in Assicurazioni Generali. Sommato al 3,13 per cento già posseduto direttamente da Intesa, porterebbe al 16,45 per cento la partecipazione economicamente riferibile al gruppo nella maggiore compagnia assicurativa italiana. Non sarebbe un controllo giuridico automatico. Sarebbe però la posizione più rilevante riferibile a un unico gruppo dentro una compagnia che custodisce una parte decisiva del risparmio nazionale.

Il punto non è una percentuale isolata. È la catena che quella percentuale completa. Intesa Sanpaolo raccoglie il denaro dei clienti, lo amministra, lo trasforma in fondi e polizze, lo distribuisce attraverso filiali, consulenti e private banking, finanzia imprese e famiglie e, con Mediobanca, rafforzerebbe il proprio peso anche nell’investment banking e in Generali. Quando raccolta, consulenza, produzione dei prodotti e partecipazioni strategiche si avvicinano allo stesso centro, la dimensione smette di essere soltanto efficienza e diventa potere.

Dentro questo disegno ritorna ancora BPER, attraverso Unipol. Era già accaduto con UBI: per rendere possibile l’acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo, 620 filiali e punti operativi, i rapporti con la clientela e 5.107 lavoratori passarono a BPER. Oggi il progetto su MPS assegna nuovamente al polo Unipol-BPER una banca costruita con gli attivi separati dal gruppo acquisito. Le operazioni non sono identiche e i documenti pubblici non provano accordi occulti. Ma la ricorrenza non può essere archiviata come una coincidenza senza importanza.

Secondo la Redazione Economia e Finanza di LaSintesi.online, e secondo numerosi lettori che ci hanno scritto, c’è qualcosa che non quadra. Intesa Sanpaolo consolida la propria posizione; Unipol e BPER crescono attraverso attività che vengono separate dalle banche coinvolte; gli stessi protagonisti tornano nei passaggi decisivi del riassetto. Tocca all’Antitrust verificare il disegno complessivo, non soltanto fotografare le quote di mercato nel giorno della firma. Tocca a Banca d’Italia, BCE, Consob e IVASS stabilire se la separazione formale degli attivi lasci davvero in piedi soggetti autonomi, strategie concorrenti e una pluralità capace di durare nel tempo.

Il 9 luglio Carlo Messina ha allargato il campo. Ha sostenuto che soltanto Intesa Sanpaolo potrebbe garantire l’indipendenza e la sicurezza nazionale degli asset strategici italiani di fronte a possibili interessi francesi o tedeschi. È una dichiarazione che obbliga la politica a uscire dall’ambiguità. Quando l’amministratore delegato di una banca privata si candida a presidio dell’autonomia nazionale, l’operazione non può più essere trattata come una normale partita fra azionisti.

Il potere che Intesa Sanpaolo acquisirebbe si misura anche nel rapporto fra risparmio privato e debito pubblico. Dopo l’operazione il gruppo deterrebbe direttamente una quota indicativamente compresa fra il 3,1 e il 3,6 per cento dei titoli pubblici italiani. Non possiederebbe il debito della Repubblica e chi sostiene il contrario offre alla banca una smentita facile. Il nodo vero è nei canali attraverso i quali quel debito arriva alle famiglie.

Una grande banca partecipa alle emissioni, sostiene gli scambi, custodisce i titoli, li colloca nelle filiali e li inserisce in fondi, polizze e gestioni patrimoniali. Nell’emissione retail del Tesoro del 2026 Intesa Sanpaolo figurava fra i dealer e MPS fra i co-dealer: due interlocutori autonomi che, con l’integrazione, diventerebbero uno. I quasi 2.000 miliardi di attività finanziarie della clientela non appartengono alla banca e non sono tutti BTP, ma misurano la scala della sua capacità di distribuire prodotti, indirizzare flussi e accompagnare il risparmio verso lo Stato.

Intesa Sanpaolo non diventerebbe proprietaria del debito pubblico. Presidierebbe però una delle porte principali attraverso le quali il debito entra nei portafogli degli italiani. E più quella porta diventa importante, più aumenta il costo politico di una tassa, di un vincolo o di una decisione capace di indebolire il gruppo che la presidia. Il potere finanziario non ha bisogno di dettare una legge quando può rendere molto costoso approvarla.

È qui che la neutralità di Giancarlo Giorgetti smette di sembrare prudenza. Il ministro ha spiegato che il Tesoro vuole uscire dal capitale di MPS scegliendo la finestra più favorevole e “massimizzando l’incasso”. Per le condizioni rinvia al Golden Power. Ma Giorgetti non è un osservatore: rappresenta l’azionista pubblico che vende, guida il ministero responsabile della politica economica e partecipa alla tutela degli asset strategici.

Il Governo sa che il Golden Power può riguardare anche un’operazione fra banche italiane e ha già richiamato concorrenza, credito alle piccole e medie imprese e presenza nei territori. Ha usato i poteri speciali su Pirelli e sull’offerta di UniCredit per Banco BPM; ha invocato l’interesse nazionale per la rete Telecom, ITA Airways e Acciai Speciali Terni. Eppure davanti a MPS, Mediobanca, Generali e al rapporto fra risparmio e debito pubblico non ha ancora indicato una sola condizione irrinunciabile.

Massimizzare l’incasso è il compito del venditore. Dire che cosa non può essere sacrificato è il dovere del ministro. Se il Governo tace ora, non resta neutrale: lascia che siano Intesa Sanpaolo, Unipol e BPER a disegnare il nuovo equilibrio e riserva alla politica il ruolo di ratificarlo quando sarà ormai difficile tornare indietro.

Il precedente UBI spiega perché le garanzie non possano fermarsi al giorno dell’autorizzazione. Le filiali cedute a BPER dovevano preservare la concorrenza. Negli anni successivi la rete del gruppo, pur modificata anche da altre acquisizioni, è passata da 1.820 sportelli nel marzo 2021 a 1.558 alla fine del 2024. Non si può attribuire ogni chiusura alle ex filiali UBI. Si può però vedere la traiettoria: la rete ampliata grazie a un rimedio Antitrust ha cominciato a restringersi quando è iniziata la razionalizzazione.

In una presentazione agli investitori “razionalizzazione” è una parola innocua. Nei territori può significare una filiale chiusa, un’impresa valutata da un centro lontano, un anziano costretto a cambiare comune, un direttore che non conosce più la storia del cliente. In Italia gli sportelli sono diminuiti di circa il 40 per cento fra il 2008 e il 2022. La digitalizzazione può rendere una banca più efficiente; non rende uguali territori, imprese e cittadini.

Il lavoro apre un’altra crepa. Per l’operazione MPS Intesa Sanpaolo annuncia circa 6.800 uscite volontarie aggiuntive e altrettanti ingressi entro il 2029, fra i quali circa 2.700 Global Advisor. Nello stesso piano calcola 600 milioni di euro di minori costi annuali del personale. Se escono 6.800 persone e ne entrano 6.800, ma il costo scende di 600 milioni ogni anno, il saldo è zero soltanto nel numero. Cambiano stipendi, orari, inquadramenti, componente fissa, provvigioni e contributi.

La Redazione ha elaborato una stima sul possibile effetto contributivo e fiscale del ricambio, che verrà pubblicata e sottoposta a verifica nell’articolo dedicato. Qui basta la domanda: se il risparmio per la banca è già calcolato al centesimo, perché il Governo non ha ancora preteso un conto pubblico su massa salariale, contributi, imposte sul lavoro e potere d’acquisto che possono scomparire dai territori? Anche le DTA e il gettito futuro meritano di essere separati dalla propaganda: le imposte che MPS, Mediobanca, BPER e Intesa Sanpaolo pagherebbero comunque non diventano nuove entrate soltanto perché cambiano bilancio.

Dopo UBI arriva il ricordo delle banche venete. Nel 2017 Intesa Sanpaolo acquistò per un euro le attività sane della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. L’operazione fu resa possibile da pagamenti pubblici fino a 4,785 miliardi e da garanzie potenziali molto più elevate, mentre i crediti deteriorati rimasero fuori dal perimetro acquistato. L’operazione su MPS è diversa e non può essere assimilata a quella liquidazione. Ma il precedente lascia una domanda che nessuna presentazione può cancellare: chi prende il beneficio industriale e chi resta con il rischio che il mercato non vuole?

Monte dei Paschi di Siena conosce già la risposta quando il rischio diventa troppo grande. Nel 2017, fallito il tentativo di raccogliere sul mercato il capitale necessario, lo Stato investì 5,4 miliardi di euro attraverso la ricapitalizzazione precauzionale e il Tesoro arrivò a detenere circa il 68 per cento della banca. Il mercato non voleva più assumersi il rischio. Lo fecero i contribuenti. Negli anni successivi MPS ha ridotto i crediti deteriorati, rafforzato il capitale e recuperato redditività.

Quando Monte dei Paschi di Siena perdeva, il rischio era pubblico. Ora che è tornata a produrre utili, il Governo tratta il suo destino come una faccenda del mercato. È questo il paradosso che rende l’autonomia della banca una questione nazionale. Lo Stato non può pagare il risanamento, lasciare che il valore venga diviso fra gruppi privati e limitarsi a dichiarare di avere venduto bene.

Prima dei bilanci e delle sinergie c’era Siena. Nel 1472 la Repubblica senese istituì un monte per offrire credito a chi ne era escluso. Cinque secoli e mezzo non impediscono una fusione, ma obbligano la Repubblica a spiegare che cosa intenda preservare dopo avere pagato per salvare la banca. Qui l’identità coincide con lavoro, competenze, credito al territorio, funzioni direzionali e autonomia. Se resta soltanto il marchio mentre il cuore economico prende un’altra strada, non sopravvive una banca: sopravvive un’insegna.

Nel febbraio 2021 Giorgia Meloni chiedeva di rinviare la privatizzazione finché non fosse diventata conveniente “per Siena e per gli italiani”. MPS era allora più fragile di oggi, eppure ne rivendicava autonomia, occupazione e radicamento. Oggi la banca è tornata redditizia, lo Stato è ancora azionista e il Governo guidato dalla stessa Meloni sceglie la neutralità. Che cosa è cambiato: l’interesse nazionale, la banca o la posizione di chi lo invocava?

Questo è il primo di dieci articoli. Nei nove approfondimenti successivi LaSintesi.online analizzerà l’offerta, Mediobanca e Generali, il rapporto fra risparmio e debito pubblico, il Golden Power, UBI, le banche venete, lavoro, fiscalità, alternative e identità di Siena. Ogni articolo sarà accompagnato da un box con le dichiarazioni sul tema del giorno dei leader politici, delle istituzioni, delle autorità di vigilanza e dei vertici di Intesa Sanpaolo e MPS. Le parole verranno accostate ai documenti e ai numeri, perché il contraddittorio non diventi un alibi per addomesticare i fatti.

L’inchiesta non chiede alle autorità di bocciare l’OPAS prima dell’esame. Chiede che vigilino prima che lo smembramento diventi irreversibile, che le garanzie diventino fotografie e che la concentrazione venga presentata come inevitabile perché nessuno ha avuto il coraggio di fermarsi in tempo. L’Antitrust deve misurare la concorrenza che resterà davvero; Banca d’Italia e BCE gli effetti sistemici; Consob la completezza dell’informazione; IVASS il nuovo equilibrio assicurativo. Il Governo deve fare ciò che nessuna autorità tecnica può fare al suo posto: dichiarare quale interesse nazionale non è disposto a cedere.

Il mercato può stabilire il prezzo di MPS. Non può decidere da solo quanta parte del credito, del risparmio, delle assicurazioni e del rapporto fra famiglie e debito pubblico sia accettabile concentrare nello stesso centro. Se il Governo non fisserà ora il limite, la neutralità non sarà più una posizione. Sarà la sua firma in calce all’operazione.

A cura di Nora Taylor
Leggi anche: Gli errori invisibili che rovinano la tua pelle ogni giorno

Condividi su:
ComVideo i tuoi comunicati in diretta streaming

RecentPosts

Partners